La chiamata.

Al centro della stanza c’è questo vecchio telefono con il selettore numerale ancora a dischetto, di quelli che ci si infilava dentro l’indice. Il resto della stanza ha la stessa impronta di vetustà e abbandono; vecchia, polverosa, coi vetri coperti da alcuni cartoni strappati attaccati dall’interno con scotch da pacco. Se ti muovi, strisciando i piedi sul pavimento, ti scricchiano sotto alle suole frammenti di vetro tanto piccoli da non vedersi neppure, una polvere, una peluria che si è mischiata allo sporco e alla fuliggine. Un buco nel muro a meno di un metro da terra con un contorno nero che si apre a ventaglio sull’intonaco scrostato, fa capire che lì in quel punto doveva esservi la bocca tubolare di una stufa, magari una piccola caldaia a uso privato, di quelle che si usano da queste parti per proteggersi dalla stagione inclemente. Il mio orecchio non percepisce nessun rumore, nemmeno dall’esterno. Ho dannatamente freddo e sto tentando di raccapezzarmi. Ho le ossa a pezzi e alcune ferite profonde ma non preoccupanti sui palmi interni di entrambe le mani. I pantaloni sono strappati appena sopra al ginocchio.
C’è un cazzo di telefono proprio al centro della stanza e non so perché. Ma so che dovrà suonare. Lo so anche perché questo telefono è la sola cosa pulita della stanza e suppongo, la sola cosa non rotta. Ma sono ancora lontano dall’affermare che funzionerebbe se io lo tirassi su, o che suonerà, come credo di stare aspettando che faccia. Perché l’unica cosa che ho l’umore di fare è aspettare.
Tasca sinistra vuota. Tasca destra, un piccolo foglietto arrotolato e niente altro. Il foglietto lo butto per terra e poi ci metto sopra un piede. “Belle scarpe”, mi dico. Stivaletti di quelli bassi, a punta. Ottimi per spegnere le cicche anche vicino ai muri. Ma fanno cacare esteticamente parlando. Non mi ricordo di aver mai indossato alcunché di così ridicolo. Cercavo fumo, ma ho le tasche sospettosamente empty, vuote almeno quanto la mia testa. So che fumavo perché ne sento l’istinto. Tuttavia non saprei dirmi quali fumavo. Mi annuso tra l’indice e il medio; come un segugio striscio il mio bel nasino sulle dita, su fino alle nocche. L’odore della nicotina che si deposita, del catrame o di chissà che altro, c’è, ma è appena percettibile. Sbaglio a credermi tanto capace olfattivamente parlando?
Raggiungo la finestra, o quella cosa che vorrebbe esserne un lontano parente, interamente accecata dai cartoni e dal nastro da pacco. Frammenti di vetro scricchiano sotto alla sua rigida dei miei stivaletti. La poca luce filtra dall’alto, dove il cartone non giunge a coprire il vetro. Uno spiraglio rettangolare da cui, nella posizione in cui sono, ciò almeno un metro e mezzo sotto, vedo solo un riquadro di cielo, grigio, uniformemente grigio. E mi viene naturale chiedermi se questo è il cielo che vedono i carcerati. Potrei essere stato anch’io in carcere. Potrei esservi tuttora. È solo un spicchio, tuttavia ha una forza e una credibilità apprezzabile, ammirevole, qualcosa che dovrebbe rianimarmi, se potesse. Dovrei prendere quella strada; uscire da sto buco polveroso; mettere in strada questi cazzo di stivaletti a metà tra ballerino di tip tap e gangster italiano.
Non ricordo a chi cazzo li ho fregati, questi stivaletti di merda. E se non facesse così freddo e se non ci fossero vetri in scaglie per terra, cazzo ne farei due bolas che scaglierei sui cartoni sperando di sfondarli, loro e ciò che sta dietro, loro e il pezzo di cielo grigio metallo.
Tasca sinistra nulla di utile. Tasca destra neppure. E nemmeno infilandomi la mano nelle altre tasche, le ultime che mi rimangono, dietro i pantaloni, trovo nulla. Piene come sono solo dei miei glutei sodi, glutei da duro che hanno macinato km, c’è da scommetterci… se solo ricordassi. Mi basterebbe un dove.
Intanto il palmo delle mani mi brucia sanguinando. La stoffa dei jeans mi ha irritato i palmi. Ci sputo sopra sperando di darmi un po’ di sollievo. Anche la salivazione è empty, come le tasche. Ho un che di colloso nella bocca e le mucose irritate come se avessi leccato fiche per ore. Può anche darsi; ma non ricordo di chi ne come fosse.
Ho voglia di spedire il telefono sul soffitto con un calcio, qualcosa di serio, piazzato, da punter, roba NFL. Mi guardo la punta dello stivaletto destro come fosse un mirino. Se lo fai sei uno stronzo. Un uomo finito; se lo fai. Questa la vocetta che sento, e so dannatamente veritiera.

Una volta, tempo fa Lemmy se ne stava con i suoi, i vecchi come li chiamava Lemmy. Due boscaioli coriacei che non erano nemmeno i veri genitori di Lemmy. Lemmy li chiamava anche i polacchi, una storia lunga, bellica e sanguinosa. I segni, o trofei chiamateli come vi pare, riposavano sopra il caminetto in pietra. Una fotografia in B/N, un tascapane e qualche munizione ammaccata. Una volta c’era stato anche un elmetto e un fucile, che Lemmy aveva saputo essere chassepot; poi chissà come e chissà perché erano spariti entrambi.
Il vecchio polacco aveva la gamba rigida, ricordino di una scheggia di shrapnel proprio dietro al ginocchio. E allora quando camminava dondolava come un orso; un orso con barba e bretelle.
I ricordi si infittivano nella testa di Lemmy in maniera inversamente proporzionale al trascorrere del tempo. Precisamente all’inverso di come vanno le cose nelle altre teste, pensava.
Per molto tempo Lemmy aveva dato la colpa di ciò, di questa sua stranezza, a qualche sconosciuta mutazione intervenuta nei suoi equilibri neuronali, proprio dentro la sua materia grigia, e ciò pensava fosse per colpa del trauma. Perché se all’inizio, come gli avevano raccontato, aveva vegetato, per quasi tre anni, da un certo momento in poi, da quando cioè si era “risvegliato”, aveva iniziato ad avere l’orso polacco e tutto il contorno nella testa. Tutto tremendamente vivido, perspicuo, materico, tipo film a tre-D. E si era divertito, Lemmy, all’inizio. Così si era detto risparmiava i soldi del cinema.
Effettivamente le cose non erano più troppo simpatiche già dopo tre mesi di quella vita, anche perché la cosa non faceva che crescere e la sua testa ad un certo punto, diciamo altri tre mesi dopo, sembrava sul punto di implodere.
Perché se di giorno ancora ancora si vivacchiava, la notte proprio no, la notte era vera e propria pirotecnia che esplodeva in mille forme e colori, quando lui avrebbe dovuto al limite contare pecore nere immaginarie in una camera di velluto, rigorosamente nera. Aveva delle occhiaie, il povero Lemmy, che era come se qualcuno gli avesse svuotato una bottiglietta di rimmel-ciglia-extralong sotto pelle. Il bianco malatticcio del suo viso inoltre non lo aiutava a contenere le due striscie scure.
(fine prima parte)

La chiamata.ultima modifica: 2004-01-15T22:33:01+01:00da manjk
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Un pensiero su “La chiamata.

  1. Ti rispondo qui: in Virgilio non esistono luoghi specifici dove postare i racconti, hai l’opzione di crearti un blog apposito come ha fatto Sedano Jr (44racconti). Ci sono altri siti dove si possono “esporre” le proprie opere, io l’ho fatto su http://www.liberidiscr ivere.it

    Grazie per la visita, vedo che stai tirando fuori anche tu materiale decisamente interessante. A rileggerti.

    The Swordman

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