La chiamata (seconda parte).

C’era una pianta, uno sparuto ciuffo verde, l’unica cosa viva che la stanza di Lemmy contenesse, a parte Lemmy naturalmente. Dentro il vaso crescevano solamente due misere foglie malaticcie che avevano quasi l’aspetto della lattuga. Lemmy veniva spostato regolarmente dal personale col camice. La mattina veniva preso e messo sulla sedia a rotelle e questa spinta dinanzi alla finestra che dava sul giardino, dove Lemmy rimaneva immobile a guardare fuori fino a sera. Poi la sera qualche incaricato col nome sul cartellino, lo sollevava da sotto le ascelle e lo rimetteva sul letto. Anche la gracile Lucille (come diceva il cartellino) riusciva a sbrigare senza aiuto la faccenda; sdraiare Lemmy sul proprio letto era un giochetto; di Lemmy, addosso a Lemmy non era rimasto più molto. La carne se n’era andata, o almeno era come se Lemmy avesse subito una liposuzione del tessuto muscolare e totalmente dell’adipe, rimaneva una pelle grinzosa che sembrava, non fosse stato per il bianco abbagliante, quella di quei polletti che si mettono a rosolare su un girarrosto, quei polletti che ai “mecicos” piaceva condire con spezie piccanti.
Come ogni cosa in quel posto, anche la simil lattuga che cresceva spericolata nel suo vaso di terracotta, aveva una storia. Perché prima di appartenere se non altro per metonimia, a Lemmy, aveva allietato le giornate di una anziana donna che arrivava dall’Idaho. Alla signora dell’Idaho piaceva interrare le dita nel terriccio umido della piantina. Era capace di rimanere così per ore con un sorriso fisso sulle labbra cianotiche. Finchè la malattia degenerativa del sistema nervoso non l’aveva sotterrata ben oltre le sue dita artritiche, e il bel fiore screziato carminio, che era stato fino a quel giorno miracolosamente in equilibrio sul gambo esile, era subitamente sfiorito. La dalia era diventata una lattuga tentende al giallino e fiori non ne aveva più fatti.
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Strappare questi cartoni, ho ancora le unghie per farlo, ma non ho molta curiosità per ciò che vedrei là fuori. Un pezzo di terra sporco, come sono sporchi dappertutto, e una parte di cielo, più o meno ampia a seconda di ciò che cresce sul suolo, siano, queste cose che non mi preme vedere, case di mattoni, bassi stores cubiformi, alberi, montagne, pali dell’elettricità, o del telefono, o che altro.
Piuttosto quella porta, l’unica e quindi presumibilmente quella dalla quale sono entrato, questa forse mi interessa. Ho una mia teoria sulle porte, una cosina davvero cool. Aperta o chiusa? Chiavi in questo postaccio non né ho viste. Le mie tasche sono empty. Ragion per cui, se fosse chiusa mi ci avrebbero chiuso; e non serve nessun dott.harvard per capirlo. Ma non è questa la teoria che ho inventato, di cui sì cazzo, ho l’esclusiva. La mia teoria è qualcosa di molto raffinato, un bijou. Io ho scoperto che la porta testimonia perfettamente, precisamente, la mentalità del possessore, dello stronzo che ha il proprio nome stampigliato sopra. Sapete per esempio quanti modelli di porte l’America più laboriosa e imprenditizia produce? Quanti modelli diversi di porte ci sono sul mercato? Uno per ogni possessore verrebbe quasi da dire. Infatti è così. I modelli di porte made in America, sono più di quindicimila. Esiste un modello, anzi “il” modello, quello agognato, quello sospirato, quello che ogni individuo sogna, e a cui letteralmente affida i propri sogni, cioè le sue notti sicure, serrate a quadrupla mandata, un modello così esiste per ogni categoria di persone che quelli del marketing sono riusciti a determinare con strumenti sociologici sempre più precisi. E la cosa ha il suo corollario in un altro oggetto che fa concorrenza alle porte almeno in quanto al numero delle tipologie presenti sul mercato. Un aiutino? anche questo è di legno, almeno in quanto al rivestimento, anche questo si chiude.
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L’orso polacco e la donna polacca, insomma i polacchi, avevano ancora dei parenti in Europa. E da questi parenti, il vecchio riceveva puntualmente per il Thanksgiving day, una lettera in busta gialla con il timbro della contea. La lettera veniva scartata davanti a una cena ostentatamente americana con cappone e, per dessert, torta di mele. Quando arrivava in fondo alla lettera il vecchio orso piangeva per quanto aveva riso. Rideva con grossi sussulti, finché anche l’ultima riga, che le sue lacrime velavano, non era stata letta. Tutta la procedura sembrava metterlo sempre di buon umore.
Lemmy lo guardava per il resto del pranzo che divorava con acribia il cappone, spolpandolo e producendo grugniti dalla labbra unte. Tutto quel pranzo, a partire dalla lettera e dall’euforia che ne scaturiva, aveva un che di agonistico, di tremendamente innaturale. Almeno per come la vedeva Lemmy.
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Bare. Intendo le bare. Sono di legno e si chiudono ma non sono porte perché sono bare.
Tipi di bara ne esistono un’infinità; su per giù anche di queste quindicimila. L’uomo per la sua morte come per la sua sicurezza mira all’esclusività.
(fine seconda parte)

La chiamata (seconda parte).ultima modifica: 2004-01-17T09:57:19+01:00da manjk
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Un pensiero su “La chiamata (seconda parte).

  1. vero il tuo commento del caravanserragli o, ho scelto una foto di getto, avevo visto fellini e l’Anitona, ma solo quando ho letto il commento ho messo insieme le cose, ciao. Leggo il tuo post e trovo che potrei anche sedermi per terra ed ascoltare le tue storie senza stancarmi.

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