La chiamata (terza parte).

Di fianco alla fattoria dei polacchi, era stata eretta una piccola casetta fatta alla brutta con dei legni nemmeno piallati, piena di tarmi e buchi della dimensione di una mano, larghi quanto il pugno di un bambino. Ogni tanto il vecchio spariva lì dentro. Lemmy lo seguiva di nascosto e poi, una volta che il vecchio entrava, Lemmy strisciava allo scoperto e si portava sul fianco della casetta. Questo era il gioco che Lemmy preferiva. E ginocchioni alla capanna, con la paura di essere scoperto dal vecchio orso, Lemmy sbirciava dai buchi e dalla scommessure tra le assi, spiava il suo vecchio. Tra le assi o gli spiragli tondi di qualche nodo saltato dal legno, Lemmy guardava con attenzione il suo vecchio che frugava in ogni angolo, tra ceste, casse, mensole, ferraglia sparsa e brontolava e parlava in polacco. E quando alzava la voce o magari scoppiava in una risata strana, Lemmy si tirava a parte, standosene immobile con le spalle percettibilmente appoggiate alle assi. E l’orso vecchio se ne stava dentro non più di dieci minuti alla volta, con in mano degli oggetti che però Lemmy, per il buio che c’era dentro la casetta, non riusciva a capire cosa fossero. E ritualmente il vecchio baciava quelle cose e se le portava alla fronte; imprecava e pregava; compitava nenie in una lingua che Lemmy non conosceva. Allora si sentivano i suoi pesanti passi, tre passi uno dopo l’altro che venivano restituiti ancora più spaventosi dalle assi marce del pavimento; poi il rumore dei cardini mangiati dalla ruggine. A Lemmy non restava che strisciare, quasi carponi, sul lato opposto a quello della porticina coi cardini che stridevano, dal quale il vecchio sarebbe uscito. E attendere che le spalle del polacco comparissero sul sentiero fangoso, ormai in prossimità della fattoria. Non c’era pericolo che lo vedesse, vuoi perché il polacco non era solito girarsi, e soprattutto non l’avrebbe mai fatto dopo essere uscito dalla casetta di assi, vuoi perché comunque, quando compariva da dietro l’angolo del lato nord-est della casetta, in una linea ottica che teneva un’inclinazione di quarantacinque gradi rispetto al punto in cui Lemmy restava seduto, con la schiena contro le assi, quando insomma diventava visibile, era ormai troppo lontano perché Lemmy dovesse preoccuparsene. In qualche maniera non gli importava nemmeno più che lo vedesse; lui non doveva più giustificare la sua presenza lì, a ridosso della casetta che era come se scomparisse quando lui non era dentro.
Lemmy sapeva che il vecchio dopo essere uscito, semplicemente tendeva una catenella tra un anello di ferro e un chiodo annerito, facendo una specie di gala a triplo intreccio utilizzando l’intera lunghezza della catena, che quando era sciolta, che significava che il vecchio era dentro, pendeva lungo lo stipite della porta fino al rancido terreno, dove un erbetta asfittica veniva sopraffatta da una fanghiglia stampigliata nei mille geroglifici sovrapposti che le scarpe di cuoio del vecchio avevano lasciato.
Nessuno, e questo Lemmy lo sapeva, avrebbe potuto riannodare la catenella come faceva il vecchio, quindi lui si asteneva semplicemente dal provarci.

****Tu adesso stai guardando fuori. Sei in piedi su un water, e stai guardando fuori. E dal punto di vista dello spreco energetico non hai fatto un buon affare a portare lì questo cesso. Avresti fatto meglio a strappare il cartone della finestra, se eri tanto curioso di guardare fuori, invece che portare fin sotto la finestra questa cosa sporca e sbrecciata. Dove prima c’era il cesso, è rimasto solo un segno più chiaro sul pavimento, e il cesso era in un angolo coperto da uno spesso foglio di plastica con i segni di ruggine e umidità. Il cesso già che ci siamo, era capovolto, con la parte più stretta che guardava in alto. Questo posto non è in regola con le norme igieniche. Dal punto in cui sono, e cioè in punta di piedi, sulle punte di disgustosi e gangsteriani stivaletti, in bilico sulla parte più stretta di un cesso tendente al marrone, vedo, a parte il bordo superiore della copertura di cartone, un bella distesa di cielo acciaio e, a perdita d’occhio pali e ogni tanto qualche tetto piatto di edifici che mi sembra più probabile siano magazzini che abitazioni. La strada non la vedo ma deve essere desolatamente vuota, perché rumori di motori non se ne sentono.
Io non sono io, oppure sono io ma certo se fossi io non mi sarei vestito così, se fossi io, liberamente me stesso, non sarei qui e non avrei le mani tagliate. Di più, la mia paranoia mi suggerisce di stare attento a ogni movimento che possa, diciamo, imprimersi nelle cose, e modificarle rispetto allo stato di neutralità che preesisteva; prima che arrivassi intendo. Per questa semplice ragione, che tanto assomiglia a uno scrupolo, ho deciso che non strapperò i cartoni; per questa ragione ho deciso che finito di sbirciare fuori, rimetterò a posto il cesso; e sempre per questa ragione non ho ancora toccato il telefono e tantomeno la porta.

****E Lemmy si era beccato un colpo in testa, il vecchio chassepot, gli era semplicemente esploso tra le mani durante la collutazione. In verità era stata la parte finale della canna che si era aperta come una vecchia latta, e il proiettile in canna si era praticamente disintegrato ancor prima di uscire, ma era stato abbastanza. Lemmy era finito in coma cerebrale. Il polacco se l’era cavata con molto meno. Dieci giorni di prognosi, un occhio tumido e due dita rotte.
Lemmy aveva la barba impregnata del suo stesso sangue, e il bandana che portava sopra la bocca, era un mucchietto fumoso almeno a cinque metri dal corpo immobile di Lemmy.
Era stata la moglie a chiamare i soccorsi, fosse stato per il vecchio, l’avrebbe finito con la roncola.
Perché è davvero molta la differenza tra un ragazzo di sedici anni e uno di ventisette, e spesso c’è un solo radar che può scandagliare dentro e dietro le differenze di superficie e riconoscere i tratti invariabili, ur-tipici, tra due fisionomie che sembrerebbero irriconciliabili e questo è il radar di una madre. Ma Lemmy non aveva che questi due polacchi putativi; nessuna madre col radar.
(fine terza parte).

La chiamata (terza parte).ultima modifica: 2004-01-18T22:34:22+01:00da manjk
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