Perché scriviamo?

“Perché scrivi?”.
Avrei dovuto, avrei potuto rispondere qualcosa del tipo: perché tu vivi, respiri, mangi, dormi, fai all’amore?
Avrei potuto dire questo ed altro, ma mi ero limitato a scrollare le spalle mentre l’interlocutore impaziente mi incalzava con le sue amene bestialità.
“quando ho conosciuto Laura” diceva, “sono bastate quattro parole; quattro da allora; quattro davvero, e sono ancora le stesse. Con Laura sono cinque anni a maggio e ancora bastano quelle quattro parole”.
Sorrido come posso.
“I miei pure. Congedati con le solite formule del tipo: sai com’è e bla, bla, bla. Mica tanti bla, credimi, appena l’indispensabile per essere credibile, per giustificarmi davanti agli occhi del mondo. Non credo che il figliol prodigo spendesse col padre più parole di quante ne ho usate io”.
“Poi c’è il lavoro. Un breve colloquio in cui, con ammirevole concisione ho parlato di me, del me curriculare ovviamente; non sarebbe servito andare oltre. Insomma, perché scrivi? A che cosa ti serve?”.
“E vuoi sapere qual è il paradosso? Il, diciamo, vizietto di una certa inattuale intellighenzia? Quello di usare le parole con la stessa ostentazione con cui signore dell’alta società indossano pellicce di zibetto. E vuoi saperla una cosa? Non siete eleganti né voi né loro (adesso si gratta la testa); siete piuttosto ridicoli, caricaturali, demodè.
“Ammetto ancora una certa oratoria d’annunziana, la turgida retorica fascista; ammetto la parola che arringa le folle, fredda e stentorea. Tipo ‘Udite. Udite. Gravissime cose io vi dirò, da voi non conosciute… etc’. Non era mica D’Annunzio questo?”.
Annuisco.
“Ma credimi, la scrittura è cosa da femminucce; il diario, materiale da maniaco-depressivi, carta igienica per gente sola, kleenex per autocommiserazione. Io ho imparato a vivere dignitosamente con quelle quattro parole e me ne vanto. Grazie a Dio, ti dico, la fase cogitante non è durata in me più dei foruncoli adolescenziali. Oggi la mia pelle è liscia, e la mia materia grigia trasparente come certe bottigliette di colonia francese. Oggi ho donne, tanti amici e un capo tollerante. E ciò è il risultato di una intensa scrematura fatta sull’uomo, per trasformarlo in un perfetto meccanismo efficientemente produttivo. ‘Stimolo barra reazione’, senza fronzoli. Io sono ciò che mi si chiede di essere”.
Lascio il mio interlocutore di fronte all’agenzia di brokers, che è un palazzone piuttosto alto progettato da non so quale famoso architetto. L’interlocutore sorridendo mi ha stretto la mano con un vigore stolidamente dimostrativo.
Di positivo c’era che avevo qualcosa da scrivere.

Perché scriviamo?ultima modifica: 2004-01-21T22:15:13+01:00da manjk
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento