Eccolo l’amore.

Che l’amore potesse nascondersi così bene in una persona per poi, al momento giusto, saltare fuori da un piccolo gesto o da un sorriso, ebbene questa cosa che è nelle potenzialità dell’amore io ancora non la conoscevo.
In senso classico pensavo che l’amore andasse soggetto perlopiù ai coup de foudre, che fosse una specie di flusso ad alta intensità che fulmina due corpi conduttori, che fosse una specie di esplosione chimica, una bomba feromonica e cose così (cose, lo ammetto, abbastanza cinematografiche nella sostanza e nei risultati. Vedi: due persone si guardano si piacciono e l’incontro dei loro occhi fa scintille e può bucare ogni superficie che fra loro si frappone etc.). E mai e poi mai avrei pensato che invece no; che non è questa la via più accreditata, o per lo meno può non essere questa la strada.
La mia esperienza mi aveva sempre portato alla considerazione di un amore come ictus, in latino colpo, cioè bruciatura e marchio che non si riesce a dimenticare né limitare. Era l’amore vorace, wertheriano e tanatologico, quello che pensavo fino a ieri dovesse al più esistere tra due persone innamorate. Io stesso sulla scorta di questa idea avevo sempre tentato di rincorrere le mie passioni, onde passare il balsamo della condivisione sulle bruciature da esse provocate. Avevo perciò seguito i miei amori con un trasporto delirante e ne ero stato spesso segnato in maniera indelebile – delle bruciature restano le cicatrici.
Poi invece ho scoperto esistere anche un’altra faccia, un’altra dimensione dell’amore, l’altra strada da esso percorsa, una strada che non scocca nulla di appuntito dall’arco di Eros, ma passa da una condivisione di abitudini ed esperienze, che scaturisce da un raccontarsi vicendevolmente le proprie cose, che fonda il suo senso sulla fiducia ed è per questo che passa dal piccolo gesto o dal sorriso. E allora scopri che queste cose sono dannatamente intime e psicotrope, scopri che non ne vuoi fare a meno e che hai voglia di riviverle. Scopri che hai voglia di rivederla ridere, di rivederne le mani che gesticolano la propria euforia in gesti aerei, ed è così che scopri che ti manca. Insomma scopri che ne hai bisogno. Fatti due conti capisci che l’amore, nascosto da tutte le sue forme, adornato di tutti i suoi miti, si riduce in ultimo a questo: a un bisogno. Non mi si fraintenda, non c’è nulla di utilitaristico nel bisogno; non si faccia gli ipocriti, i fanatici di una condizione stoica, i martiri tipo denim; davvero non c’è nulla di compromettente nel bisogno, sì piuttosto molto di onestamente umano. Finché capisci che il lato fisico, con la sublimità che tutti gli riconosciamo, è solo la punta dell’iceberg, il coronamento di un qualcosa di altrettanto prezioso, la cigliegina sulla torta che non è mai più buona della torta in sé, solo semmai più voluttuosa, ma di una voluttuosità tutta ideale, estetica in fondo. Può essere che una torta senza ciliegina non sia una torta, ma nemmeno una ciliegina senza una torta su cui poggiare, non vale la fatica.
Poi fatto tutti i tuoi conti, arrivi all’epifania, alla verità ultima. Lei che stava col suo corpo sublime accanto a te, ma era quell’altra lei, quella del coup de foudre, era un’altra lei e un altro amore. Ma questo amore rimaneva muto, si fermava laddove finiva la sua pelle, e non dava assuefazione ma solo libidine. Era un amore che doveva inventarsi luoghi e sostanze con cui sballare perché non poteva parlare, era afasico o peggio muto.
E avevi preso a odiarlo quel suo corpo che ti costringeva al silenzio e i cui gesti non parlavano a te direttamente ma soltanto a uno specchio, ed era un corpo che si muoveva per sé, narcisisticamente, senza dolcezza né comprensione.
Avevo fatto l’amore con una ciliegina, si può dire, e la glassa mi era rimasta sullo stomaco. Avevo ancora fame, nonostante la nausea.

Eccolo l’amore.ultima modifica: 2004-01-24T11:17:35+01:00da manjk
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